Author: Quisquilie

Aris, lo spirito libero

Aris entrò nella nostra vita diversi mesi dopo la perdita di Lea.

Ricordo ancora la costante richiesta ai miei genitori: per me, bambina di dieci anni, era inconcepibile un’esistenza senza la compagnia di un cane! Per chi non è nato e cresciuto con un cane forse è un’esigenza poco comprensibile: non è un capriccio passeggero e nemmeno un escamotage per sopperire a una qualche difficoltà relazionale; semplicemente ti senti a metà, ti manca qualcuno che non va a colmare vuoti o a sostituire chi non c’è ma che arricchisce la tua persona e le tue giornate, facendoti mettere, spesso e volentieri, anche in discussione! Questa sensazione la vivo ancora oggi, nonostante sia cresciuta e sia consapevole che il mio stile di vita non permette nell’immediato un’adozione.

Dicevamo, Aris giunse a casa nostra una sera di primavera. Sapevo che mio padre quel giorno sarebbe andato a prenderlo in allevamento e non stavo più nella pelle. Giunta a casa mi catapultai in cucina dove sonnecchiava un tipetto che, considerando le macchie arancio su muso e zampe, pareva essersi tuffato in una pozzanghera. Mio padre ci raccontò com’era avvenuta la scelta del cucciolo e quanto fosse stato poco bene in macchina, motivo per cui era indispensabile lasciarlo tranquillo a riposare.

Come per Lea anche per Aris la mia priorità divenne, una volta tornata a casa da scuola e fatti velocemente i compiti, trascorrere tutto il resto del tempo con lui: era la prima volta che conoscevo un cucciolo ed ero affascinata da tutta una serie di aspetti che con Lea, cane adulto, non avevo potuto esplorare.

Aris crebbe e diede non pochi grattacapi soprattutto a mio padre, che l’aveva preso (o almeno quella era la sua aspettativa) per andare a caccia. Tutte le volte che uscivano per una battuta potevi stare certo che mio padre sarebbe tornato con qualche aneddoto assurdo da raccontare. Aris infatti, a differenza della posata Lea, era uno spirito libero e mostrava chiaramente quanto l’attività motoria e venatoria siano vere e proprie vocazioni per un Setter inglese!

Potrei raccontare per ore (anche se probabilmente sarebbe più divertente se il narratore fosse mio padre stesso) tutte le peripezie del binomio: Aris ha rischiato di annegare tre volte (una in un canale di scolo, una in un fiume, una in un pozzo, a cui era crollato il muretto, nascosto da una fitta vegetazione) mettendo in seria difficoltà mio padre nel tentativo di salvarlo in tutte e tre le volte, ha rischiato di perdersi per le colline (rincorrendo la traccia di un selvatico e svalicando per poi esser ritrovato in piena notte sulla collina vicino infreddolito e stremato), ha rischiato la pelle andando a predare tutte le galline di un cascinale a media distanza dalla nostra abitazione (il contadino, per nostra fortuna, non infierì su di lui e ci chiamò per andarlo a riprendere e risarcire il danno) e non perdeva occasione, quando andavano a caccia, per girovagare in libertà noncurante dei richiami, sfrontatezza che gli costava la punizione di venire isolato in giardino per un lasso di tempo variabile, nonostante le mie rimostranze.

Mio padre, esasperato, ripiegò sull’acquistare alcuni anni dopo Kim e Aris da quel momento non venne più portato a caccia. Continuai a portarlo a passeggio con regolarità e solo dopo alcuni anni a slegarlo solo in determinati luoghi; per il resto del tempo fece il ‘giovin signore di campagna’ e la cosa non gli dispiacque particolarmente. Non ebbe particolari problemi all’inserimento di Kim e, anzi,  divenne un punto di riferimento per quest’ultimo.

Ripenso spesso ad Aris perché la giovane età, l’inesperienza e il sapere scientifico sul comportamento animale reperibile a quell’epoca non mi hanno reso possibile comprenderlo appieno. Dopo anni di studi, grazie anche agli enormi passi in avanti fatti dall’etologia e dalla medicina comportamentale, posso ipotizzare cosa lo spingesse a comportarsi così e chi fosse realmente. Ora so quanto sia importante valutare il cane in quanto soggetto con esigenze, passioni e richieste dettate da una commistione di bagaglio genetico, di razza, esperienziale ed individuale. Aris, con il tartufo in aria in piena corsa, aveva una precisione chirurgica nel delimitare l’area di ricerca basandosi sulle poche tracce olfattive disperse nell’aria (quello che viene chiamato teleolfatto) e una prestanza fisica che lo aiutava a fare corse a ritmo sostenuto per svariati minuti; avrebbe avuto bisogno di una comunicazione coerente che lo aiutasse a fidarsi e affidarsi a ciascun membro della famiglia e, probabilmente, avremmo dovuto comprendere che un Setter inglese può percorrere svariati chilometri durante l’attività venatoria e che questo movimento più ampio non significa non collaborare. Invece questi problemi comunicativi hanno portato gradualmente alla rottura, nella performance venatoria, del binomio Aris-mio padre. Aris, come dicevo, non ha mai mostrato particolare rammarico per l’accaduto ma non posso escludere, con il senno di poi, che non fosse mera rassegnazione la sua.

Oggi guardo ai cani per cui vengo chiamata o che incontro in canile con occhi diversi, anche grazie agli errori fatti in buona fede in passato.

 

Un’insegnante molto particolare: Lea

Quando nacqui la mia famiglia vantava già tra i suoi membri un Setter inglese femmina: Lea.

A quel tempo vivevamo ancora in un appartamento e Lea, dopo un paio di mesi, partorì nove cuccioli. I piccoli crebbero sotto lo sguardo attento e capace della mamma e vennero dati in adozione dopo un paio di mesi. Lea smise le vesti da mamma dopo quell’evento ma non andò mai in pensione, se così possiamo dire, dal compito di educatrice: il cucciolo d’uomo presente in casa, crescendo, pareva avere una predilezione per lei.

Posso dire senza alcun indugio che la mia infanzia è stata arricchita dalla sua presenza. Non passavo momento in cui Lea non fosse al mio fianco: mi faceva apprezzare il mondo che mi circondava, mi accoglieva e confortava nei momenti di tristezza, era la mia fida compagna di giochi e l’amica che mi accompagnava durante i traslochi e non mi faceva sentire sola e perduta nei nuovi ambienti; non appena tornavo a casa da scuola buona parte del tempo lo trascorrevo con lei in giardino a creare nuove avventure per entrambe. Vivemmo insieme fino a quando compii nove anni, poi una patologia degenerativa ci costrinse a doverla salutare prima del tempo.

Nascere e crescere al fianco di un animale non umano è un’esperienza che ti forma come poche altre possono fare. Diversi studi hanno confermato l’effetto benefico della convivenza: favorisce l’empatia e la nascita e il consolidamento dell’Intelligenza emotiva, favorisce un senso di autostima e autoefficacia attraverso le piccole responsabilità che possono derivarne, migliora la comunicazione verbale e non verbale, rafforza il sistema immunitario.

Per rendere possibile tutto questo però è importante che il genitore supervisioni sempre l’interazione e sia consapevole di rivestire, agli occhi del bambino, il ruolo di modello relazionale: deve insegnare al piccolo quando e come approcciarsi al cane/gatto, proporre a entrambi i soggetti attività che favoriscano la nascita di una relazione equilibrata limitando giochi che potrebbero portare a una sovraeccitazione, tutelare entrambi costantemente soprattutto per le incomprensioni comunicative che possono derivare.

L’arrivo di un nuovo membro della famiglia (sia bambino in case in cui siano già presenti cani e/o gatti o cucciolo/gattino in famiglie in cui siano già presenti bambini) dovrebbe avvenire in maniera graduale così da favorire una corretta conoscenza dell’altro ed evitare comportamenti dettati da paura o intolleranza. Soprattutto nella prima ipotesi sarebbe sempre auspicabile il consulto con un professionista così da rendere meno traumatico possibile lo sconvolgimento della quotidianità che può derivare dalla gravidanza prima e dalla nascita dopo e risulta necessario soprattutto quando l’animale presente mostra già alcuni comportamenti anomali (paure, facile eccitazione, reattività, eliminazioni inappropriate, overgrooming).

Così facendo si potranno porre le basi per una splendida amicizia da cui ciascun soggetto potrà trarne beneficio.

 

 

 

 

 

Gatti di casa e gatti di strada

Pensare che tutti i gatti abbiano le stesse competenze e gli stessi bisogni indipendentemente da dove sono nati e cresciuti potrebbe essere un grave errore. E’ estremamente importante capire questo concetto per prevenire situazioni di malessere che potrebbero portare a seri problemi di salute fisica (pensiamo ad esempio ai gatti che ‘cadono’ da finestre e balconi) e mentale (spesso la vita in un ambiente povero di stimoli può portare progressivamente a depressione).

I micini durante i primi mesi di vita vengono istruiti dalla propria mamma affinché imparino a conoscere il mondo che li circonda. Così facendo creano un piccolo bagaglio esperienziale che servirà loro per la vita futura.

Un gattino di strada avrà quindi competenze ed esigenze differenti da quello nato e cresciuto in casa.

E’ quindi inconcepibile e poco altruistico, nonostante lo si possa pensare, erroneamente, come un gesto d’amore, strappare un individuo (meno che mai se adulto!) dal suo contesto ambientale per inserirlo forzatamente in un altro completamente differente.

Anche quando sottraiamo un gatto da un ambiente come un cortile o una strada, magari perché bisognoso di cure mediche, non possiamo pensare di farlo entrare, una volta guarito e a meno che la salute non ne precluda il reinserimento, nel circuito delle adozioni rischiando magari di ‘imprigionarlo’ in un monolocale con l’unico compagno, umano, fuori casa dodici ore al giorno per lavoro! Ricordiamoci sempre che, se vogliamo adottare o far adottare un gatto, i gattili straripano di individui nati, cresciuti e vissuti in ambienti domestici e volutamente abbandonati.

Un gatto di strada, soprattutto se adulto, ha una vita ricca di stimoli, di interazioni e relazioni con conspecifici e non sempre è ben socializzato con gli umani. Non mancano le eccezioni, regolari ospiti di case e negozi, ma questo non significa che questi individui abbandonerebbero volentieri la strada per una calda casa.

A livello nazionale i gatti liberi sono tutelati dalla Legge 281 del 1991 e ogni comune applica un proprio piano di intervento e tutela: il Regolamento comunale di Roma per la Tutela Animale, per esempio, definisce all’art. 37 e seguenti le disposizioni riguardo ai gatti liberi e alle colonie feline di cui il comune si fa tutore.
Perché quindi non fare richiesta per il riconoscimento di colonia felina per il gruppo di gatti di cui quasi certamente il nostro amico fa parte?
Così facendo si potrà tutelare chi se ne occupa ma, soprattutto, tutti i gatti presenti nella colonia felina.

I gatti di strada sono un bene inestimabile sul territorio, non perdiamoli illudendoci di difendere i loro diritti calpestando i loro bisogni etologici.