Forse non tutti sanno che…

Forse non tutti sanno che…

Tutti sappiamo che la fitoterapia ha origini molto lontane nel tempo ma forse non tutti sanno che alcune scoperte sull’efficacia delle erbe officinali sono state rese possibili anche grazie alla zoofarmacognosia, ossia la scienza che studia come gli animali riescano a individuare e utilizzare piante, insetti, funghi e sostanze minerali per prevenire e curare malattie.

Già nel 1844 Von Martius aveva descritto come la medicina tradizionale degli Indios brasiliani fondasse spesso le sue radici nell’osservazione di questo comportamento animale e molti biologi in seguito hanno confermato che buona parte dell’etnomedicina delle tribù indigene si basa sugli stessi rimedi utilizzati dagli animali. Huffman, nel 1997, utilizzò il termine zoofarmacognosia parlando di come alcune grandi scimmie mostrassero un’intenzionalità nell’ingerire vegetali non a scopo nutritivo e ipotizzò che gli animali utilizzassero specifiche parti di piante o sostanze non nutritive per medicarsi.

Seguendo gli animali selvatici, specialmente quelli malati, gli etologi iniziarono a stilare una lista di specie botaniche che avrebbero potuto avere proprietà curative di interesse farmaceutico.

Si è quindi scoperto che gli scimpanzé talvolta (quando appaiono ‘malati’) masticano foglie di Vernonia amyddalina: l’analisi chimica ha rivelato che la pianta possiede lattoni sesquiterpenici e glicosidi steroidei con attività antiparassitaria nei confronti di SchistosomaPlasmodium e Leishmania. La stessa pianta viene utilizzata dalle popolazioni sub-Sahariane per venticinque scopi differenti tra cui quello antielmintico, antitumorale e antibiotico.

I passeri utilizzano come materiale costituente dei propri nidi foglie di Neem, Azadirachta indica, contenente beta-sitosterolo che possiede attività repellente nei confronti di acari; anche gli uomini utilizzano il neem come repellente per gli ectoparassiti.

Anche gli insetti non sono da meno: pensiamo a esempio al bruco della cavolaia minore che utilizza una sostanza, il pinoresinolo, come deterrente per i suoi predatori o all’ingestione mirata di piante del genere Senecio da parte dei bruchi di gammia incorrupta quando sono infestati da parassiti.

Altri esempi? Gli oranghi del Borneo ingeriscono la Commellina communis per combattere i batteri e attenuare le infiammazioni strofinandosele sul pelo, le tigri in India, quando ferite, si strofinano contro le piante di Centella asiatica e infine gli studi sull’ingestione da parte degli scimpanzé di foglie di Trichilia rubescens e argilla per combattere la malaria hanno portato la O.M.S. a consigliare tale rimedio all’intera popolazione nelle aree in cui la malattia è endemica.

Molti carnivori, infine, ingeriscono regolarmente specifiche specie botaniche: l’assunzione di alcune erbe, provocando episodi di vomito e/o diarrea, li aiuta a liberarsi dei parassiti intestinali e a contrastare eventuali enteriti batteriche.

Non sottovalutate quindi le ricerche di determinate piante come la Malva officinalis da parte dei cani o il Lolium perenne da parte dei gatti: potrebbero avere una valenza che va al di là del semplice ‘rosicchiare’.

Posted on: 7 Marzo 2014Quisquilie